Cloud seeding: si può davvero far piovere? Come funziona e quali sono i suoi limiti

Cloud seeding: si può davvero far piovere? Come funziona e quali sono i suoi limiti

20/09/2026 0 commenti 103 visualizzazioni
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Il cloud seeding esiste davvero, ma non permette di creare pioggia dal nulla o controllare il meteo. Vediamo come funziona, dove viene utilizzato, quali risultati può ottenere e qual è la situazione in Italia.

Nel precedente articolo abbiamo visto perché le normali scie di condensazione degli aerei possono comparire, scomparire, interrompersi e allargarsi senza bisogno di ipotizzare irrorazioni segrete.

Ma esiste davvero una tecnica nella quale aeroplani o sistemi a terra disperdono intenzionalmente sostanze nell'atmosfera nel tentativo di favorire le precipitazioni?

La risposta è sì.

Si chiama cloud seeding, o inseminazione delle nubi, ed è una reale tecnica di modificazione meteorologica studiata da decenni e utilizzata operativamente in diversi Paesi.

Questo, però, non significa che abbiamo imparato a “comandare il meteo”. Il cloud seeding non permette di creare un temporale dal cielo sereno, non consente di scegliere con precisione quanta pioggia cadrà e non trasforma un aereo di linea che lascia una scia bianca in un velivolo impegnato in una missione di inseminazione.

La realtà è contemporaneamente più interessante e molto meno spettacolare di quanto spesso si racconti.

Che cos'è il cloud seeding?

Il cloud seeding è un tentativo di modificare alcuni processi microfisici all'interno di una nube già esistente.

Una nube contiene enormi quantità di minuscole goccioline d'acqua e, a seconda della temperatura, cristalli di ghiaccio e acqua liquida sopraffusa, cioè acqua che rimane allo stato liquido nonostante una temperatura inferiore a 0 °C.

La presenza di una nube, però, non significa automaticamente che tutta quell'acqua precipiterà al suolo.

Per ottenere pioggia o neve devono svilupparsi particelle sufficientemente grandi e pesanti da vincere le correnti che le mantengono sospese.

Il principio del cloud seeding consiste nell'introdurre nella nube particelle che possano favorire alcuni di questi processi naturali.

La parola inglese seeding significa proprio “semina”: non perché venga seminata acqua, ma perché vengono introdotti nuclei attorno ai quali possono svilupparsi gocce o cristalli.

La prima cosa da chiarire: bisogna avere già una nube

Questo è probabilmente il limite più importante di tutta la tecnica.

Il cloud seeding non crea dal nulla la massa d'aria umida necessaria per produrre una nube.

Se sopra una regione abbiamo cielo sereno, atmosfera stabile e poca umidità disponibile, non basta far decollare un aeroplano e disperdere una sostanza per ottenere un temporale.

La nube deve già esistere e deve inoltre possedere caratteristiche compatibili con il tipo di inseminazione che si vuole effettuare.

La World Meteorological Organization sottolinea proprio che l'enorme quantità di energia coinvolta nei sistemi meteorologici rende impossibile utilizzare queste tecniche per creare sistemi nuvolosi capaci di piovere, modificare i venti in modo da trasportare grandi quantità di vapore acqueo oppure eliminare fenomeni meteorologici estremi.

Non tutte le nubi sono adatte

Dire semplicemente “c'è una nube, quindi possiamo inseminarla” sarebbe comunque sbagliato.

Temperatura, quantità di acqua liquida, dimensione delle goccioline, correnti verticali, struttura della nube e fase in cui si trova il suo sviluppo sono tutti fattori importanti.

Una tecnica che può produrre un effetto misurabile in un determinato tipo di nube può risultare praticamente inutile in un'altra.

È una delle ragioni per cui valutare scientificamente l'efficacia del cloud seeding è così complicato.

Che cosa viene disperso nelle nubi?

Non esiste una sola tecnica di cloud seeding.

Una delle forme più conosciute è l'inseminazione glaciogenica, utilizzata soprattutto quando all'interno della nube è presente acqua liquida sopraffusa.

In questi casi possono essere utilizzate particelle di ioduro d'argento, la cui struttura favorisce la formazione di cristalli di ghiaccio.

Sono stati utilizzati anche altri metodi, compreso il ghiaccio secco.

Esiste poi l'inseminazione igroscopica, che interviene sui processi delle nubi liquide introducendo particelle capaci di attirare acqua, come determinati sali.

L'obiettivo è favorire la crescita delle goccioline e le collisioni tra di esse, aumentando la possibilità che raggiungano dimensioni sufficienti per precipitare.

Quindi vengono davvero disperse delle sostanze da aeroplani?

Sì. In alcuni programmi di cloud seeding vengono realmente utilizzati aeroplani equipaggiati per disperdere particelle all'interno o nelle vicinanze delle nubi adatte.

Esistono anche sistemi basati su generatori installati a terra, utilizzati in particolari contesti meteorologici e geografici.

Negarlo non avrebbe alcun senso: si tratta di programmi pubblicamente documentati, con aerei dedicati, centri di ricerca, personale meteorologico e studi scientifici.

Ma proprio questa trasparenza permette di capire perché il cloud seeding non può essere utilizzato come prova automatica dell'esistenza delle cosiddette “scie chimiche”.

Cloud seeding e scie degli aerei sono due fenomeni differenti

Una normale scia di condensazione nasce quando i gas di scarico di un aeromobile si mescolano con aria molto fredda alle quote di volo, formando cristalli di ghiaccio.

Il cloud seeding è invece un'operazione deliberata rivolta verso una nube meteorologicamente adatta, con uno specifico obiettivo microfisico.

Il fatto che entrambe le cose possano coinvolgere un aeroplano non le rende equivalenti.

Sarebbe come sostenere che, siccome esistono aerei antincendio che rilasciano acqua, ogni aereo osservato nel cielo stia necessariamente partecipando a un'operazione antincendio.

Si può davvero “far piovere”?

Qui la risposta corretta non è né un semplice sì né un semplice no.

In determinate condizioni il cloud seeding può favorire o modificare processi di precipitazione già possibili all'interno della nube.

La WMO considera particolarmente interessanti i risultati ottenuti nell'inseminazione glaciogenica di alcune nubi orografiche fredde, dove esistono evidenze fisiche e statistiche di un aumento delle precipitazioni.

Ma non è possibile trasferire automaticamente quei risultati a qualsiasi nube del pianeta.

Le nubi convettive, per esempio, possono essere sistemi estremamente complessi e variabili. Un temporale può cambiare naturalmente la propria intensità in pochissimo tempo, rendendo molto difficile stabilire quanta parte della pioggia sarebbe caduta comunque e quanta possa essere attribuita all'inseminazione.

Il grande problema: come sappiamo quanta pioggia sarebbe caduta comunque?

Supponiamo di inseminare una nube e di misurare successivamente 20 millimetri di pioggia.

Potremmo essere tentati di concludere che quei 20 millimetri siano stati prodotti dal cloud seeding.

Ma non possiamo tornare indietro nel tempo, lasciare la stessa identica nube senza trattamento e vedere quanto avrebbe piovuto naturalmente.

Forse sarebbero caduti 15 millimetri. Forse 19. Forse 21.

È questa la difficoltà fondamentale.

Per valutare seriamente la tecnica servono esperimenti controllati, confronti statistici tra eventi trattati e non trattati, osservazioni radar, misure microfisiche e modelli numerici.

Una singola pioggia dopo un'operazione di cloud seeding non dimostra automaticamente che quella pioggia sia stata creata dall'intervento.

Quindi quanto funziona?

Non esiste una percentuale universale valida ovunque.

L'efficacia dipende dal tipo di nube, dalle condizioni atmosferiche e dalla tecnica utilizzata.

La stessa WMO invita alla prudenza perché i risultati ottenuti in una determinata regione non possono essere automaticamente applicati a un ambiente meteorologico differente.

In alcune situazioni sono stati ottenuti risultati statisticamente interessanti; in altre sperimentazioni gli effetti sono stati deboli, difficili da separare dalla variabilità naturale oppure incoerenti con quanto inizialmente previsto.

Quindi la frase più corretta è:

il cloud seeding può funzionare in determinate condizioni, ma non permette di ottenere pioggia a comando.

Gli Emirati Arabi Uniti lo utilizzano davvero

Uno dei programmi più conosciuti al mondo è quello degli Emirati Arabi Uniti.

Il programma emiratino di incremento delle precipitazioni risale agli anni Novanta e oggi dispone di aeromobili dedicati, piloti, sistemi a terra e infrastrutture per la produzione dei materiali utilizzati nell'inseminazione.

Il programma ufficiale degli Emirati dichiara circa 300 operazioni di rain enhancement ogni anno.

Secondo le proprie stime operative, nelle condizioni adatte l'inseminazione potrebbe permettere di ottenere circa il 10-20% di acqua in più dalla nube, con valori che in condizioni considerate ottimali potrebbero essere superiori.

È importante però capire che si tratta di stime dichiarate dal programma stesso e che la quantificazione dell'effetto rimane una delle parti più difficili della ricerca sul cloud seeding.

Nemmeno negli Emirati possono far piovere quando vogliono

Il fatto che un Paese investa molto denaro nella tecnologia non elimina i limiti della fisica.

Gli operatori devono attendere che si sviluppino nubi considerate idonee, seguirne l'evoluzione attraverso radar e osservazioni meteorologiche e decidere se esistono le condizioni per effettuare una missione.

Se manca la nube adatta, non esiste alcun “pulsante della pioggia” da premere.

Anche l'Arabia Saudita possiede un programma ufficiale

Un altro esempio è l'Arabia Saudita, che ha avviato la fase operativa del proprio National Cloud Seeding Program nel 2022.

Il programma saudita utilizza aeromobili dedicati e attività di ricerca per cercare di aumentare le precipitazioni in alcune regioni del Paese.

Già nei primi anni di attività sono state effettuate centinaia di missioni.

Si tratta quindi di un'altra dimostrazione molto concreta del fatto che il cloud seeding non è una tecnologia segreta: quando viene adottato su larga scala può diventare un vero programma meteorologico nazionale.

Il caso delle alluvioni di Dubai del 2024

Nell'aprile 2024 gli Emirati Arabi Uniti furono interessati da precipitazioni eccezionali e gravi allagamenti.

Quasi immediatamente sui social si diffuse una spiegazione apparentemente semplice: “è colpa del cloud seeding”.

Il problema è che il National Centre of Meteorology degli Emirati dichiarò che durante quell'evento non erano state effettuate operazioni di inseminazione delle nubi.

Il Paese era interessato da un vasto e intenso sistema meteorologico naturale che coinvolgeva l'intera regione.

Inoltre le operazioni di cloud seeding non vengono normalmente effettuate entrando in temporali estremi già pienamente sviluppati: oltre a essere meteorologicamente poco sensato, sarebbe pericoloso per gli equipaggi.

Cloud seeding significa poter provocare un'alluvione?

Attribuire automaticamente un'alluvione al cloud seeding significa attribuire alla tecnica una capacità molto superiore a quella dimostrata.

Una cosa è tentare di aumentare l'efficienza di precipitazione di una nube già favorevole.

Un'altra è produrre dal nulla un enorme sistema temporalesco, alimentarlo con quantità gigantesche di umidità e controllarne durata e spostamento.

La seconda capacità non esiste.

La WMO è molto chiara nel sottolineare che la quantità di energia presente nei grandi sistemi meteorologici rende prive di solido fondamento scientifico le affermazioni secondo cui le tecnologie di modificazione meteorologica potrebbero creare grandi sistemi piovosi, modificare su larga scala i venti o eliminare fenomeni meteorologici estremi.

Il cloud seeding può fermare uragani e tornado?

No.

Non esistono metodi dimostrati di cloud seeding capaci di controllare tornado, impedire fulmini, fermare alluvioni o governare altri fenomeni meteorologici estremi.

Nel corso della storia sono stati effettuati diversi tentativi di modificazione meteorologica molto ambiziosi, ma la capacità di controllare l'atmosfera su queste scale rimane enormemente al di fuori delle possibilità della tecnologia attuale.

Il cloud seeding è pericoloso per la salute?

È una domanda legittima, soprattutto quando si parla dell'utilizzo di sostanze come lo ioduro d'argento.

Secondo la World Meteorological Organization, gli studi pubblicati sulle quantità normalmente utilizzate nelle operazioni storiche di cloud seeding non hanno mostrato impatti significativi sulla salute umana o sull'ambiente.

Questo non significa che qualsiasi sostanza possa essere dispersa senza controlli.

La stessa WMO raccomanda infatti una valutazione specifica degli effetti ambientali e sanitari nel caso vengano utilizzate quantità molto superiori oppure nuovi agenti di inseminazione.

La ricerca scientifica deve quindi riguardare non soltanto l'efficacia meteorologica, ma anche le possibili conseguenze ambientali.

E in Italia?

Qui bisogna distinguere nettamente tra passato e presente.

Il cloud seeding non è qualcosa che l'Italia abbia ignorato completamente.

Nel nostro Paese sono state effettuate sperimentazioni reali, soprattutto durante periodi caratterizzati da problemi di siccità.

Il Progetto Pioggia in Puglia

Una delle esperienze italiane più importanti fu il Progetto Pioggia, realizzato in Puglia tra il 1988 e il 1994.

Il progetto utilizzava aeromobili per disperdere nuclei glaciogenici nelle nubi e comprendeva un vero disegno sperimentale con aree trattate, aree di confronto e misurazioni delle precipitazioni.

Una valutazione scientifica del progetto è stata successivamente pubblicata sulla letteratura meteorologica internazionale.

L'esperienza pugliese è particolarmente importante per il nostro discorso perché dimostra due cose contemporaneamente:

  • in Italia il cloud seeding è stato realmente sperimentato;
  • la sua efficacia non era considerata qualcosa da accettare per fede, ma qualcosa da verificare attraverso confronti e analisi statistiche.

Ci furono anche altri progetti italiani

Negli anni successivi il tema dell'inseminazione delle nubi continuò a comparire nel dibattito italiano e furono interessate anche altre aree del Mezzogiorno.

Un atto del Senato del 2014, per esempio, ricostruisce anche un Progetto Pioggia previsto dalla Regione Puglia nel 2005, per il quale erano stati stanziati fondi e previste attività di stimolazione e monitoraggio.

Il fatto che esistano documenti parlamentari e sperimentazioni storiche è un motivo in più per trattare l'argomento sulla base delle fonti, senza trasformarlo né in un segreto né in una tecnologia onnipotente.

Il cloud seeding viene utilizzato oggi in Italia?

Al momento non risulta operativo in Italia un programma pubblico nazionale permanente di cloud seeding paragonabile a quelli attivi negli Emirati Arabi Uniti o in Arabia Saudita.

Non emerge inoltre un quadro normativo nazionale organico costruito specificamente attorno all'inseminazione delle nubi come avviene nei Paesi che hanno programmi operativi dedicati.

Questo non significa che un'ipotetica attività potrebbe svolgersi ignorando tutte le altre normative italiane: entrerebbero comunque in gioco autorizzazioni aeronautiche, ambientali, sanitarie e le competenze delle amministrazioni interessate.

Significa semplicemente che oggi il cloud seeding non rappresenta un servizio meteorologico nazionale operativo italiano.

“Se il cloud seeding esiste, allora esistono anche le scie chimiche”

Questo è probabilmente uno dei ragionamenti più frequenti quando si parla dell'argomento.

Ma contiene un errore logico.

Dimostrare che esiste una tecnica reale di modificazione meteorologica non dimostra automaticamente l'esistenza di qualsiasi altra tecnica immaginata.

Il cloud seeding possiede:

  • un obiettivo definito;
  • nubi bersaglio selezionate;
  • condizioni meteorologiche necessarie;
  • materiali e sistemi di dispersione conosciuti;
  • programmi pubblici e documentati;
  • ricerca scientifica sulla sua efficacia;
  • limiti fisici molto precisi.

Le normali scie osservate dietro gli aerei di linea hanno invece una spiegazione completamente diversa e possono essere previste attraverso temperatura e umidità dell'alta atmosfera.

Una tecnica reale non rende vere tutte le teorie

È importante perché in molti dibattiti si passa rapidamente da un'affermazione vera a una conclusione che non ne deriva.

“Esistono programmi che disperdono particelle nelle nubi” è vero.

“Quindi ogni scia persistente lasciata da un aereo è una dispersione deliberata” non lo è.

Tra le due affermazioni manca completamente la prova che dovrebbe collegarle.

La scienza non funziona per associazioni: ogni ipotesi deve essere verificata attraverso evidenze specifiche.

Perché allora alcuni Paesi continuano a investire nel cloud seeding?

In una regione estremamente arida anche un incremento relativamente piccolo delle precipitazioni, se ottenuto con sufficiente regolarità e a costi sostenibili, potrebbe avere un valore economico importante.

È per questo che Paesi con problemi cronici di disponibilità idrica continuano a finanziare ricerca e sperimentazione.

Il ragionamento non è necessariamente “possiamo comandare la pioggia”, ma piuttosto:

“Se una nube sta già per produrre precipitazioni, possiamo riuscire a renderne leggermente più efficiente il processo?”

È una domanda scientificamente molto più realistica.

Non è una soluzione alla siccità da sola

Anche qualora il cloud seeding aumentasse efficacemente le precipitazioni in una determinata situazione, rimarrebbe comunque dipendente dalla disponibilità naturale di nubi adatte.

Una lunga fase anticiclonica con cielo sereno non può essere risolta semplicemente attraverso l'inseminazione.

Per affrontare la scarsità idrica rimangono quindi fondamentali gestione delle risorse, riduzione delle perdite delle reti, accumulo dell'acqua, efficienza agricola, riutilizzo e pianificazione del territorio.

Il cloud seeding può eventualmente essere considerato uno strumento aggiuntivo in determinati ambienti, non una sostituzione dell'intero sistema di gestione dell'acqua.

La realtà è meno spettacolare, ma molto più interessante

Il cloud seeding ci mostra bene quanto sia facile passare da una tecnologia reale a un'immagine completamente distorta delle sue capacità.

Sì, possiamo entrare in una nube e tentare di modificarne alcuni processi microfisici.

No, non possiamo costruire a piacimento il sistema meteorologico che vorremmo avere.

Sì, esistono aeroplani che disperdono intenzionalmente particelle per il cloud seeding.

No, questo non trasforma automaticamente le normali scie di condensazione degli aerei di linea in operazioni di inseminazione.

Sì, alcuni esperimenti hanno mostrato effetti sulle precipitazioni.

No, non esiste una percentuale garantita applicabile a qualsiasi nube e in qualsiasi luogo.

Fare domande è giusto. Verificare le risposte lo è ancora di più

Le teorie complottiste spesso partono da qualcosa che esiste davvero.

Il cloud seeding ne è un esempio perfetto: una tecnologia reale può diventare il punto di partenza per attribuire all'uomo capacità che la fisica atmosferica non gli concede.

La risposta non deve essere nascondere o negare l'esistenza delle tecniche di modificazione meteorologica.

È molto più utile raccontarle apertamente, spiegare come funzionano e soprattutto mostrarne i limiti.

Conoscere ciò che siamo realmente capaci di fare all'interno di una nube è anche il modo migliore per capire quanto siamo ancora lontani dal poter controllare il tempo atmosferico.

Fonti e approfondimenti

  • World Meteorological Organization (WMO) – Statement on Weather Modification.
  • UAE Research Program for Rain Enhancement Science – documentazione ufficiale sul programma degli Emirati Arabi Uniti.
  • National Centre of Meteorology degli Emirati Arabi Uniti – documentazione sulle operazioni di cloud seeding.
  • National Center for Meteorology dell'Arabia Saudita – National Cloud Seeding Program.
  • Journal of Applied Meteorology – valutazione scientifica del Rain Enhancement Experiment in Puglia.
  • Senato della Repubblica Italiana – documentazione parlamentare relativa al Progetto Pioggia e alle esperienze italiane di stimolazione artificiale delle precipitazioni.

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